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Lui & Lei

I VERSI DI ELENA


di La-mandria
12.08.2026    |    142    |    2 8.0
"In quel cortocircuito finale in cui la carne si fondeva con l'anima, Elena gli sussurrò all'orecchio le parole della loro resa reciproca: Siamo carne che brucia senza chiedere perdono..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOF


Oltre la grande vetrata dell'attico milanese, il buio della notte era un mantello denso, solcato dai riflessi al neon della città bagnata dalla pioggia.
All'interno dello studio, l'aria era quasi priva di ossigeno: calda, stagnante, satura dell'aroma amarognolo del caffè espresso lungo, del fumo dolce del sandalo bruciato e di quella carica elettrica, inconfondibile e quasi dolorosa, che precedeva sempre i momenti in cui la loro complicità si trasformava in scontro fisico.
Elena era piegata sul tavolo in noce massiccio, un pezzo d'epoca pesante le cui venature scure sembravano assorbire ogni raggio di luce.
Indossava soltanto una vestaglia da camera in seta scura, sbottonata fin quasi all'ombelico. Il tessuto scivolava sui fianchi a ogni suo minimo movimento, lasciando scoperte le clavicole affilate, la pelle chiarissima del petto e la curva morbida dei seni che si sollevavano con un ritmo leggermente accelerato.
Per Elena e Paolo, l'amore non era mai stato una quieta consuetudine.
Era un legame immenso e totale, certo, ma nutrito da una perenne fame di provocazione.
Avevano bisogno di punzecchiarsi, di inventare sfide ogni volta più spudorate, di cercare quel "pepe" capace di trasformare un'intesa profonda in un incendio incontrollabile.
La scrittura erotica di Elena non era una finzione solo per estranei: era la sua esca privata, un codice cifrato scritto per spingere Paolo oltre il limite dell'attesa.
Con la mano leggermente tremante per la tensione, Elena intinse la penna stilografica nel calamaio. Non voleva le rime eleganti e composte della poesia tradizionale; il suo verso libero era spezzato, carnale, intriso del sapore della pelle prima del contatto.


Non cercarmi dove la luce spiega ogni cosa.
Trovami invece nell'ombra calda della stanza,
lì dove la tua mano non chiede permesso
e strappa la seta senza pietà.
Lì, dove il tuo respiro fa tremare la gola,
la mia parola smette di pensare
e diventa fame.


Un scricchiolio secco del parquet tagliò il silenzio.
Paolo non bussava mai. Piantato sulla soglia, la osservava con lo sguardo fisso, denso, scuro come la notte all'esterno. Indossava soltanto un paio di pantaloni scuri e la camicia bianca completamente sbottonata sul petto muscoloso, le maniche arrotolate sugli avambracci scoperti e venati.
Non era un semplice osservatore: era il suo complice ideale, l'unico uomo capace di reggere l'urto dei suoi desideri più oscuri e di rilanciare la posta con una ferocia ancora più esplicita.
Si mosse con passi calcolati, lenti, la falcata felina di chi conosce a memoria la sua preda e sa che lei non aspetta altro che essere catturata.
Quando fu esattamente dietro la sedia di Elena, non le diede la dolcezza di una carezza.
Allungò la mano destra, ampia, calda, ruvida, e le serrò le dita attorno al collo con una presa salda e possente.
Non per farle male, ma per stabilire un dominio immediato, costringendola a piegare il capo all'indietro verso di lui.
«Continui a giocare con l'inchiostro, Elena?» la voce di Paolo fu un raschio basso e profondo che le vibrò direttamente nella carne dell'orecchio, facendole venire i brividi lungo le braccia. «Oppure stasera hai finalmente il coraggio di farti prendere da me?»
Elena non tentò minimamente di liberarsi. Anzi, spingendo la nuca contro la forza del suo palmo, spalancò gli occhi scuri per fissarlo direttamente nel riflesso della vetrata.
«Provaci, Paolo. Fammi vedere fin dove sai spingerti prima di chiedermi respiro.»
Paolo accennò un sorriso spietato, audace, che fece brillare nei suoi occhi quella sfumatura di fame pura che a Elena faceva perdere ogni residuo di razionalità.
Con un gesto secco, affondò le dita tra i suoi capelli sciolti, tirandoli indietro con la giusta forza per esporre la curvatura del suo collo, e piegò il viso su di lei.
Non baciò le sue labbra: affondò la bocca direttamente sulla carne sensibile tra il collo e la spalla, succhiando la pelle con una pressione vorace, mordicchiando la carne tesa fino a strapparle un gemito acuto, rauco, che risuonò nello studio.
Mentre le labbra di Paolo le segnavano la gola con morsi caldi e baci umidi, la mano di Elena, mossa da una carica incontrollabile, continuò a tracciare solchi disordinati sulla carta di riso:
Mi afferri per la nuca come si reclama un possesso.


Il tuo morso sulla mia carne è un marchio di fuoco,
un'impronta che voglio portare addosso.
Provocami ancora:
fammi sentire quanto ti brucia il sangue
prima di prenderti tutto quello che è mio.


La temperatura della stanza salì vertiginosamente.
Il gioco di sguardi e provocazioni verbali lasciò il posto a un'urgenza fisica pura.
Paolo allungò la mano libera sul tavolo e, con un movimento brusco e rumoroso, spazzò via dal piano di noce le risme di fogli, le penne di ricambio e il calamaio di ottone, che cadde sul tappeto spandendo una macchia scura.
Liberò un'ampia porzione di legno nudo e lucido.
«Stasera la carta non ti serve a niente» mormorò Paolo con voce alterata dal desiderio, lo sguardo fisso sul corpo di lei.
Senza darle il tempo di replicare, le afferrò i fianchi con entrambe le mani, stringendo la carne con una foga viscerale che lasciò l'impronta rossa delle sue dita sulla pelle chiara, e la sollevò di peso dalla sedia.
La adagiò senza troppa delicatezza sul bordo del tavolo di noce.
Il contrasto istantaneo tra la superficie di legno fredda e la temperatura bollente della sua pelle nuda le strappò un brivido violento che le fece inarcare la schiena.
Paolo si incuneò d'impeto tra le sue cosce divaricate, piantando i palmi sul legno ai lati del suo bacino e sovrastandola con tutto il peso del suo corpo muscoloso.
L'odore acre e intimo di lui, fatto di pelle calda, sapone al tabacco e pioggia, riempì i polmoni di Elena, vertiginoso.
«Guardami negli occhi mentre ti spoglio» pretese lui con tono perentorio.
Elena mantenne lo sguardo fisso nel suo, la respirazione spezzata.
Paolo fece scivolare le dita ruvide lungo l'interno delle sue cosce scoperte, risalendo sotto l'orlo della seta nera.
Le sue mani affondarono nella carne morbida, muovendosi verso l'alto con una lentezza tortuosa, esasperante. Quando le sue nocche toccarono il punto in cui la pelle era più calda e umida, Paolo non andò oltre: si limitò a strofinare il dorso delle dita con una pressione costante, stuzzicandola, facendo aderire la seta bagnata direttamente alla sua intimità.
Elena emise un verso soffocato, piegando le ginocchia ai lati dei suoi fianchi e spingendo il bacino verso l'alto per cercare un contatto più pieno, disperato. Ma Paolo la tenne ferma per i fianchi, bloccandole i movimenti per prolungare la sua frustrazione.
Con una mossa rabbiosa e piena di foga, Elena gli afferrò i lembi della camicia bianca, strappando i bottoni che volarono sul pavimento, esponendo il petto largo e segnato di Paolo.
Affondò le unghie laccate nella sua pelle, tracciando solchi rossi lungo i suoi pettorali fino alle spalle, sentendo i muscoli di lui contrarsi sotto il dolore piacevole del suo tocco.
«Sei un sadico, Paolo» ansimò lei, cercando la sua bocca con aggressività.
«Sono l'unico uomo che sa esattamente di cosa hai bisogno per venire meno» rispose lui contro le sue labbra.
Il bacio che esplose tra loro fu carnale, duro, bagnato. Le loro lingue si scontrarono con un'ingordigia quasi feroce, scambiandosi il respiro e il sapore del desiderio accumulato durante l'intera giornata. La mano di Paolo abbandonò la coscia e risalì con forza sulla pancia di Elena, infilandosi sotto la veste, premendo i palmi sulla carne tesa dell'addome per poi salire a afferrare interamente il suo seno nudo. Con il pollice e l'indice pizzicò il capezzolo turgido con una forza calcolata, e Elena lanciò un urlo soffocato, tremando tutta mentre il bacino le si contraeva involontariamente.
In quel delirio di sensazioni tattili, la mente di Elena fissò ogni minima percezione, trasformandola in strofe infuocate che le bruciavano nella testa:


La tua mano sulla mia pancia
è un'invasione di carne e di calore.
Mi premi contro il legno freddo,
mi apri le gambe al tuo passaggio senza fretta:
non c'è pudore tra noi due,
solo l'istinto spudorato e bellissimo
di divorarci finché non resta che il respiro.


L'aria nello studio era diventata incandescente, irrespirabile.
Paolo sciolse il nodo della cintura e, con un gesto secco e risoluto, strappò la vestaglia di seta dal corpo di Elena, lasciandola interamente nuda, distesa sul tavolo di noce sotto la luce arancione della lampada.
I suoi occhi scuri scesero lungo tutta la sua figura con una lentezza vorace: le curve piene dei fianchi, la pancia piatta che si sollevava a ritmi frenetici, la vulva bagnata ed esposta, la pelle chiara macchiata di rosso nei punti in cui le sue mani avevano stretto.
Elena non fece il minimo gesto per coprirsi; si offrì a quel viaggio visivo con la fierezza di chi sa di essere l'unica ossessione di quell'uomo.
Paolo si chinò su di lei. Le sue labbra calde divorarono la sua pelle partendo dalla gola, scendendo lungo lo sterno, fino ad avvolgere interamente il seno sinistro.
Prese il capezzolo tra i denti, tirandolo e mordendolo delicatamente prima di lenire la carne con la lingua umida, tracciando cerchi concentrici veloci che strapparono a Elena colpi di bacino sregolati e continui verso l'alto.
«Paolo... ti prego, ora» implorò lei, la voce ridotta a un sussurro graffiante, le mani piantate nei suoi capelli per spingerlo più in basso.
Ma Paolo voleva portare il loro gioco di provocazione al limite estremo.
Scivolò più in basso, mettendosi in ginocchio sul parquet, esattamente tra le gambe di lei sbalzate sul bordo del tavolo. Con le mani le afferrò le natiche, sollevandole il bacino e divaricandola ancora di più, ed espose il suo sesso alla luce. Poi, senza preavviso, affondò la bocca direttamente nel centro del suo piacere.
Elena spalancò gli occhi verso il soffitto, un grido acuto che le sfuggì dalla gola mentre la lingua di Paolo lavorava con una foga e una precisione devastanti. Il piacere le piombò addosso come una scossa elettrica: denso, liquido, travolgente.
Paolo usava la lingua flessibile e i denti con una maestria spietata, succhiando il clitoride turgido mentre le sue dita si infilavano profonde all'interno di lei, muovendosi con un ritmo serrato e possente.
Elena cominciò a tremare violentemente, piegando la schiena verso l'alto, incapace di contenere i colpi di bacino.
Paolo non si fermò; continuò a pretendere ogni singola goccia della sua resa, portandola sull'orlo dell'orgasmo più e più volte, lasciandola quasi svenire per poi riprendere con maggiore intensità.
Quando Elena sentì che il muro della ragione stava per crollare del tutto, afferrò le sue spalle con una forza cieca, disperata.
«Dentro di me! Adesso, Paolo!»
Paolo si rialzò d'impeto, il volto tracciato dal sudore e dal calore di lei, lo sguardo totalmente perso nella passione. Senza dire una parola, afferrò il proprio sesso rigido e la penetrò con un'unica spinta profonda, secca, carnale, che fece scricchiolare sonoramente il legno del pesante scrittoio.
Elena emise un gemito lungo, viscerale, serrando le gambe attorno alla sua vita e affondando le unghie nelle sue natiche per tirarlo ancora più dentro.
L'unione fu un ritmo feroce, perfetto, travolgente: ogni spinta di Paolo era profonda, calibrata per toccarla esattamente nei punti più sensibili; ogni movimento di Elena era una risposta d'amore, di fame e di pura sfida.
Si cercavano con l'avidità di due corpi destinati ad appartenersi, le pelli bagnate di sudore che aderivano con uno schiocco sordo, i respiri fusi in un unico rantolo che riempiva lo studio.
Paolo la sollevò leggermente dal tavolo senza staccarsi da lei, cambiando angolo, spingendo con una forza ancora più decisa, fino a farle toccare le vette di un piacere che era quasi dolore. In quel cortocircuito finale in cui la carne si fondeva con l'anima, Elena gli sussurrò all'orecchio le parole della loro resa reciproca:


Siamo carne che brucia senza chiedere perdono.
In questo incastro di fianchi e di sudore
tocchiamo il fondo di ciò che siamo:
tu che mi invadi fino all'ultimo respiro,
io che ti accolgo e ti travolgo senza scampo.
È questo il nostro amore spietato:
un incendio che non spegniamo mai.


L'apice li travolse insieme con la potenza distruttiva di un'esplosione.
Paolo affondò un'ultima volta fino in fondo, bloccandola contro il legno mentre un ruggito animale gli usciva dal petto; Elena si contrasse attorno a lui in una serie di spasmi ininterrotti, lunghi, violentissimi, affondando i denti nella pelle della sua spinta per non urlare nella notte.
Rimasero incastrati l'uno nell'altra per lunghi minuti, mentre il battito dei loro cuori, allineato e furioso, rallentava a poco a poco.
Paolo non si staccò; rimase steso sopra di lei, schiacciandola piacevolmente con il suo peso rassicurante e caldo, il viso affondato tra i suoi capelli intrisi di sudore e sandalo.
Le sue mani, ora dolcissime e tremanti, tracciavano cerchi lenti sui fianchi arrossati di Elena, accarezzandole la pelle con una tenerezza infinita che contrastava magnificamente con la foga di poco prima.
Elena gli sfiorava la schiena bagnata, facendo scorrere le dita lungo la spina dorsale, provando quella sensazione di totale, assoluta pienezza che solo Paolo sapeva regalarle.
«Hai trovato abbastanza pepe stasera, mia scrittrice?» mormorò Paolo con un sorriso stanco, viscerale, felice contro la sua guancia, baciandole il profilo delle labbra ancora gonfie e rosse.
Elena sorrise a sua volta, un sorriso denso, appagato, intriso dell'amore immenso che la legava a quell'uomo.
«Hai fatto un buon lavoro, Paolo. Ma domani pretenderò di più.»
Lui rise piano, un suono profondo che le vibrò nel petto, e le baciò dolcemente gli occhi prima di aiutarla a sollevarsi dal tavolo.
Elena si riavvolse nella seta nera oramai sgualcita.
Camminando a piedi nudi sul pavimento caldo, si riavvicinò allo scrittoio libero, recuperò la penna stilografica dal tappeto e, sotto lo sguardo devoto e orgoglioso di Paolo, che la osservava steso sul divano con il petto nudo ancora agitato, tracciò sul foglio l'ultimo, definitivo verso della loro notte:


Resta il segno dei tuoi denti sulla mia pelle,
il sapore del tuo sale ancora sulla lingua.
Abbiamo cercato il limite e l'abbiamo distrutto,
come facciamo da sempre.
Domani inventerò nuove parole per provocarti,
ma stasera la sola storia che conta
è incisa sul mio corpo col tuo nome.


Poco dopo la penombra dello studio si era stabilizzata in una quiete opaca, interrotta soltanto dal ticchettio sommesso e regolare della pioggia contro le ampie vetrate. L'eco della tempesta interiore che li aveva travolti lasciava spazio a una limpidezza quasi metafisica.
Paolo si alzò dal divano senza fare rumore. I suoi movimenti, privi della foga di prima, conservavano però la stessa presenza sorniona.
Si avvicinò allo scrittoio da dietro e le posò le mani sulle spalle, facendole scivolare con una lentezza protettiva lungo le braccia di Elena, fino a coprire le sue mani che ancora tenevano la stilografica.
Il calore del suo petto si appoggiò alla schiena di lei, una pressione rassicurante che sigillava la complice realtà del loro legame.
Non c'era più bisogno di provocazioni o di sfide per un istante: rimaneva la certezza assoluta di appartenersi, di essersi trovati e scelti nell'intreccio inestricabile tra la parola e la carne.
«Hai scritto tutto quello che dovevi?» sussurrò Paolo contro i suoi capelli, la voce ruvida e profonda.
Elena reclino il capo, appoggiandolo sulla sua spalla. Guardò la pagina d'avorio dove l'inchiostro scuro si era ormai del tutto asciugato, diventando parte integrante della fibra del foglio.
«Ho scritto l'inizio di quello che faremo domani» rispose lei, con un sorriso sottile che le fiorì sulle labbra.
Paolo chinò il viso e le sfiorò l'angolo della bocca con un bacio leggero, quasi un contrasto voluto rispetto all'impeto delle ore precedenti.
Poi le tolse la penna dalle dita e la adagiò delicatamente sul supporto d'ottone. Con un unico movimento fluido, la prese per mano, invitandola ad alzarsi.
Elena si lasciò guidare lontano dallo scrittoio, abbandonando il foglio alla solitudine della lampada che continuava a bruciare fiocamente.
Mentre camminavano verso la penombra della camera da letto, la scrittrice si voltò un'ultima volta a guardare lo studio, lasciando che la mente formulasse gli ultimi versi, quelli che non avrebbero mai conosciuto la carta, ma che avrebbero continuato a vibrare nella loro vita insieme:


Non c'è parola che possa contenerti,
non c'è inchiostro che basti a trattenerti.
Sei la sola storia che continuo a scrivere,
il solo abisso in cui scelgo di cadere.
Spegni la luce sulla pagina bianca:
stasera il racconto finisce sulla mia pelle,
e domattina saremo ancora noi,
pronti a reinventare il fuoco.

Vacca 24
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